Il Bel Viaggio

 

Nel canestro di giunchi mi depose,

ne sigillò il coperchio col bitume

e alle onde mi affidò – non affondai,

c’erano Dei sulle acque, fra le canne,

 

invisibili dita ed immortali

aliti mi insegnarono il bel viaggio,

scansando i gorghi, scandendo gli scogli

in varchi lisci, pettinando in flussi

 

cullanti le correnti irte di schiume:

dondolai, piano, mentre ormai, lontano,

il mugghio delle rapide svaniva

oltre un aureo ronzio di calabrone

 

fra i calici dei fiori sulle sponde,

o era il fiume, il gran fiume, che faceva

le fusa, tigre sazia a strie d’aurora,

pigro pitone lungo ali di liane.

 

Ma dove quella quiete fu più quieta

le presenze scomparvero, che a riva

m’avvicinassi solo, come solo

s’addentra il seme verso il punto esatto

 

da cui in estate scoccherà la spiga,

e non si sa se sia fato o baldanza,

e non si sa se sia speranza o istinto,

e intanto ogni anno il grano al vento danza.

 

E poi, la sabbia in una pozza soffice

come un secondo grembo m’ha ospitato,

e barbuto ma buono, come un nuovo

padre, un cespuglio s’è sporto a tenermi,

 

perché il canestro fosse ritrovato,

perché la buia pece fosse sciolta,

perché nascessi un’altra volta, io, salvo,

io eletto, io ancora mezzo addormentato.