Prefazione a “L’isola delle voci”

Prefazione a “L’isola delle voci”

L’isola delle voci non si trova sulla carta geografica, proprio come l’isola che non c’è, l’isola pellegrina di altri: è un luogo dell’anima, appartato e misterioso quanto le isole dove i bucanieri nascondevano i loro tesori, nel quale confluiscono, insieme a dati e episodi dell’esperienza vissuta, anche personaggi e vicende “lontane” nello spazio e nel tempo, eppure reinterpretate e per così dire “abitate”, per un attimo, con tanta evidenza e adesione, da costituire esse pure un ricordo privato, una testimonianza personale. Il “tempo” è un dato puntiforme quanto espanso, concentrato in un io poetico che non si vergogna di dirsi tale perché accentra su di sé miti dell’immaginario collettivo, e su questi si fonda (mai, per esempio, Lancillotto avrebbe avuto una pendola).

E questo luogo dell’anima, essendo, come ci suggerisce l’epigrafe, un centro di magie, è calato e cullato in una rete di ritmi interni e di assonanze che si rifanno ai mantra orientali e alle formule incantatorie, e in cui si accendono, qua e là, fugacemente, i “piccoli fuochi” di un volto, un gesto, una parola strappati alla tagliola degli anni: piccoli fuochi che sono insomma inaspettate epifanie, lampi di coscienza, scintille che illuminano un cucchiaino, un’anguria/magnifica, imperiale, un vetro azzurro, e che nel loro insieme non intendono né possono consolidarsi in una verità certa, raggelata, accecante¸ tutt’al più “fermano” un variopinto tritume di immagini care e di reminiscenze predilette, da custodire e salvare,

Forse il termine più frequente in questa raccolta è “luce”: il che, al di là delle scelte ambientali di tipo vastamente mediterraneo, si ripercuote anche nella scelta di uno strumento linguistico diretto, terso, preciso, ma di una semplicità ingannevole, in cui le espressioni più consuete assumono improvvisamente, a volte in forma di quartine di ascendenza baudelairiana o dickinsoniana, una valenza oscura, un senso nuovo e modernamente inquietante, sempre in bilico, o in equilibrio, fra i poli dell’ironia e della passione.

Maria Elisabetta Romano