UN REMBRANDT APPESO ALLA ROVESCIA

Buio di buio avvolto e incoronato,

ma quella voce me chiamava, Lazzaro!

era voce e fu subito anche luce e mi ferì

là dove ricordai di avere avuto gli occhi.

 

Volli coprirli, ricordai le mani 

fuggire volli, i piedi ricordai 

gesti e passi impossibili, le bende mi fasciavano

stretto, supino, duro, freddo, morto.

 

E ormai riavevo gola e petto e li riavevo invasi

dal ritorno urticante di un respiro, scheggia a scheggia

io specchio infranto mi riunivo, e m’incendiavo

del mio nome, gridato come un sole.

 

E ora altre voci udivo, però ai confini, come

le ombre che su un soffitto la fiaccola disperde, finché tremano

acquattate negli angoli, ombre eppure sussurri, e sussurravano:

Era davvero così bello, vivere?

 

E a un tratto quel soffitto franò, non più dall’alto

ardeva. ma di fronte, non più soffitto era, era una

porta, di fiamma, immensa, le ombre tacquero, la porta

s’avventò sul mio mucchio di aromi marci e aneliti,

 

mi ebbe una soglia : ah quanto giorno c’è al mondo, quanto

giorno  salgemma lancinante   nivea

cecità.

            Ma già, in là, a macchie sparse, nasce, e cresce, e esulta,

come un urrà, il colore.